Praga e Bratislava. Distanze variabili nel ventennale del divorzio di velluto
E’ sempre poco educato entrare a gamba tesa nei fattacci altrui, specie se tiriamo in ballo argomenti delicati e familiari. Tasti dolenti di quelli che alle cene vengono scrupolosamente evitati o conclusi con risatine tombali. Però alcune volte succede di essere trascinati nel vortice del dibattito, così ti trovi costretto ad approfondire un po’. Per altro l’idea del sotteso senso di superiorità ceco nei confronti degli slovacchi è argomento vecchio come il mondo (o quantomeno vecchio come lo spicchio del mondo cui si riferisce) e alcuni anticorpi sono stati generati da gran parte degli interlocutori: questo dovrebbe metterci al riparo da scivoloni irrimediabili. Inoltre, sebbene nessuno mai ne ammetta l’esistenza, ogni volta è interessante ascoltare la contestualizzazione del fenomeno. Perché gira questa voce.
Fu il novantadue l’anno nel quale i leader cecoslovacchi iniziarono i negoziati per la separazione del proprio territorio in due unità distinte: la Repubblica Ceca e la Slovacchia. Questo – che viene (da pochi per fortuna) definito con l’orrendo termine di «divorzio di velluto»- si rivelerà nel tempo un modello funzionale di amministrazione per faccende parimenti delicate. Tutto – contando l’apporto di qualche slogan spauracchio del tipo «soli verso l’Europa o insieme verso i Balcani» – fu rapido e pacifico.
Ma differente e insidioso si rivelò il periodo immediatamente successivo al passaggio. Infatti se per i cechi cambiò relativamente poco, tra gli slovacchi ci furono maggiori e più profondi mutamenti.
I cechi si tennero la corona – che divenne ceca da cecoslovacca – e la capitale Praga, l’amatissimo presidente Havel e non furono spostati molti palazzi del potere, senza contare come l’intero pacchetto venne deciso per vie parlamentari e non referendarie, così qualche sbadato avrebbe persino potuto bypassare il cambiamento gironzolando in Malá Strana.
Il tutto, riporta lo scrittore Martin M. Šimečka (Presseurop, Respekt.cz), fu una sorta di liberazione unita alla sensazione di essersi alleggeriti di un fardello.
Viceversa le cose a Bratislava risultarono assai diverse perché il primo premier Vladimír Mečiar si fece portavoce di istanze e comportamenti piuttosto distanti rispetto a quelli della controparte praghese (ai tempi la poltrona era saldamente occupata dall’attuale capo di stato Václav Klaus) e numerosi guai derivarono dall’autoritarismo del personaggio, una sorta di stregone plenipotenziario come già pochi se ne vedevano in giro, dalla faccia squadrata e gli occhi a fessura del cowboy.
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