La festa è finita

decrescita la festa è finita

 

“Colonizzata dalla logica finanziaria, l’economia è come un gigante squilibrato che rimane in piedi solo finché continua a correre, travolgendo tutto al suo passaggio” [Willem Hoogendijk].

Qualcuno, anzi tanti, non saranno d’accordo, lo si sente ogni giorno: per superare la crisi dobbiamo crescere, spesso prima della parola crescere è preceduta da: “continuare a”.

Eppure per qualcuno la festa è finita. Insomma non bisogna essere dei super-tecnici, economisti da Nobel per capire che qualcosa non va. Qualcosa non ha funzionato. Per capire che questa è la società della crescita senza crescita.

Il tema che oggi risulta più sovversivo è quello della decrescita (volendone dare una definizione, che ritengo a priori sia restrittiva e limitante, si tratta di una corrente di pensiero politico, economico e sociale favorevole alla riduzione controllata, selettiva e volontaria della produzione economica e dei consumi, con l’obiettivo di stabilire relazioni di equilibrio ecologico fra l’uomo e la natura, nonché di equità fra gli esseri umani stessi), ma qualcuno ne parla, tra utopia e coraggio.

La società capitalistica è una società obbligata alla crescita, una società i cui fondamentali meccanismi economici si reggono solo se si ha la suddetta e sul fatto che questa sia giunta ad un punto incompatibile con il mantenimento di un ambiente di vita favorevole alla specie umana, e non solo, e con gli equilibri che garantiscono la coesione sociale delle collettività umane mi sembra che ci sia poco da discutere.

Cosa fare? Come fare? Le ricette e le discussioni in merito sono tante se ci si volesse documentare anche solo per farsi un’idea non basterebbero poche ore ne tanto meno un articolo. Serge Latouche, professore emerito di Economia, il cui testo dal titolo “Incontri di un «obiettore di crescita»” ha catturato la mia attenzione in libreria, in uno dei brevi capitoli, indica come la società occidentale sia coinvolta in una crisi di civiltà.

L’autore facendo un elenco che parte dalla crisi culturale ed etica dal Maggio ’68 passando per la crisi ecologica dal 1972, per quella sociale dalla controrivoluzione neoliberista degli anni Ottanta e Novanta, per quella finanziaria dall’agosto 2007 e finendo con una crisi economica dal 15 settembre 2008, con il fallimento della Lehman Brothers, sottolinea il paradosso dovuto al fatto che con la parola crisi “si designa in genere un fenomeno limitato nel tempo e non un periodo così lungo da coprire più di quarant’anni.”

Si tratta di una malattia che si manifesta lentamente… Una malattia che ad un certo punto impone ai cittadini l’austerità, parola diventata famosa in questi ultimi anni, che si manifesta prima di tutto con la distruzione dei servizi pubblici e la privatizzazione di ciò che resta dei gioielli di famiglia.

Al momento la crescita è ancora un affare redditizio solo a condizione di riversare il peso e i costi sulla natura, sulla salute dei consumatori, sulle generazioni future e sulle condizioni di lavoro. Secondo Latouche il necessario cambiamento di rotta non potrà avvenire attraverso semplici elezioni, decidendo un cambio di governo o votando per una nuova maggioranza.

Occorre una vera e propria rivoluzione culturale, che porti alla luce certe tematiche. Spiega chiaramente perché, individuando nella prematura istituzionalizzazione del movimento la caduta nella trappola della “politica politicante”, sottolineando come l’azione locale rappresenta una via d’uscita dall’impasse globali e dal quadro problematico dello Stato nazionale.

Per un cambio di mentalità l’educazione, che fa un bambino uomo, cittadino e persona ha un ruolo centrale; la famiglia e la scuola dovrebbero (e in alcuni casi lo fanno) fornire gli strumenti per affermarsi e per resistere ai tentativi di manipolazione mentale a cui già da bambini si è soggetti.

E’ un tema vastissimo, Latouche individua un elenco dei maggiori “nemici del popolo”, così formato: pubblicità (fonte di inquinamento materiale, visivo, spirituale…), la grande distribuzione (distruttrice dei piccoli produttori e livellatrice dei gusti dei consumatori), la chimica agroalimentare (produttrice di inquinanti organici cancerogeni e mutageni), le grandi infrastrutture che distruggono la coesione sociale ed infine, ovviamente, gli armamenti e il nucleare.

Così come sono vasti gli aspetti da “correggere” vaste sono le teorie su come fare, riguardando ambiti sociali ed economici diversi, che intervengono a tutti i livelli di vita. Altrettanto numerose sono le critiche mosse a queste teorie, e le difficoltà che si potrebbero incontrare iniziando un cammino di riconversione sociale, ambientale ed economica. Lascio ai curiosi e agli appassionati il piacere di approfondire le varie tematiche.

Come diceva George Bernanos, il realismo è il buon senso dei mascalzoni. Sento in parte di poter condividere che il realismo è in primo luogo accettare il mondo così com’è, accontentarsi di una situazione disastrosa e rassegnarvisi col pretesto che le linee di forza dominanti non consentono di immaginare un futuro diverso. Non accontentiamoci mai.